L'Italia ai Mondiali? Infantino dice no. Ma il 20 maggio cambia tutto
Da Zampolli a Vancouver, passando per Trump e Abodi: la storia del ripescaggio più assurdo della storia del calcio, spiegata colpo per colpo. Con un finale ancora da scrivere
C'è una storia che dura da quasi due mesi e che ogni settimana cambia forma. Prima era un sogno impossibile. Poi era una voce di corridoio. Poi era l'inviato di Trump che spingeva alla FIFA. Poi Infantino che chiudeva tutto. E adesso? Adesso c'è una data: il 20 maggio. E quella data potrebbe riaprire una porta che sembrava murata per sempre.
Il simbolo di tutto si chiama Gianni Infantino.
Come è iniziata: Zampolli, Trump e il sogno italiano
Tutto comincia con Paolo Zampolli. Italiano di nascita, inviato speciale di Donald Trump alla FIFA, amico di Infantino. A metà aprile, al Financial Times, dice quello che nessuno si aspettava di sentire: "Ho suggerito a Trump e a Infantino di sostituire l'Iran con l'Italia ai Mondiali. Sono italiano, sarebbe un sogno. Con quattro titoli mondiali, gli Azzurri hanno il pedigree per giustificare l'inclusione."
Boom. Il mondo del calcio si ferma. I social esplodono. Le quote dei bookmaker — che fino a quel momento quotavano il ripescaggio italiano intorno a 50 — crollano in pochi giorni fino a 5. Qualcosa si stava muovendo.
Ma subito Trump, interpellato direttamente sulla questione, smonta tutto con una frase: "Non ci sto pensando più di tanto." E il Ministro dello Sport italiano Andrea Abodi era già stato netto settimane prima: il ripescaggio "primo non è possibile, secondo non è opportuno, ci si qualifica sul campo." Luciano Buonfiglio, presidente del CONI, aveva aggiunto: "Mi sentirei offeso."
La sentenza di Vancouver
Il 30 aprile 2026, al Congresso FIFA di Vancouver, Gianni Infantino prende il microfono e chiude — o almeno ci prova — ogni discussione.
"L'Iran giocherà i Mondiali, il calcio unisce il mondo." Poi la conferma delle partite in calendario: Los Angeles e Seattle. L'Iran nel girone con Nuova Zelanda, Belgio ed Egitto. Nessun vuoto. Nessun ripescaggio. Nessuna Italia.
Trump, questa volta, si allinea senza protestare: "Gianni ha detto che l'Iran gioca? Per me va bene. Gianni è fantastico."
La porta sembrava chiusa. Poi è arrivata la notizia che nessuno aveva previsto.
Il colpo di scena: l'Iran non era nemmeno a Vancouver
Nel momento in cui Infantino confermava la partecipazione iraniana davanti a tutte le 211 federazioni mondiali, c'era un assente illustre: la delegazione iraniana era stata respinta all'ingresso in Canada.
Un dettaglio che non è passato inosservato. L'Iran, in guerra con gli Stati Uniti — il conflitto è attualmente congelato da una tregua, mentre i negoziati per un accordo definitivo non decollano — non può far entrare i propri funzionari in Canada senza problemi diplomatici. E soprattutto: non può garantire ai propri giocatori di giocare negli Stati Uniti senza rischi concreti.
Il 20 maggio: la data che decide tutto
Ed ecco il colpo finale. Secondo l'agenzia Associated Press, il 20 maggio a Zurigo la FIFA incontrerà i responsabili della federcalcio iraniana per un vertice decisivo. L'ordine del giorno è uno solo: la FIFA confermerà che le partite del girone non possono essere spostate in Messico e che l'Iran dovrà giocare negli Stati Uniti come da calendario.
Se l'Iran accetta, niente ripescaggio. Tutto come previsto.
Se l'Iran rifiuta — o rinuncia — si apre un domino con tre piani possibili. Piano B: ammissione degli Emirati Arabi, seconda classificata asiatica. Piano C: ripescaggio dell'Italia, che tra le nazionali escluse ha il ranking FIFA più alto. Piano D: spareggio tra le finaliste dei playoff che hanno perso.
Mancano 40 giorni al fischio d'inizio. L'11 giugno, Messico e Sudafrica apriranno la Coppa del Mondo al Mexico City Stadium. Nel mezzo, c'è ancora una data cerchiata in rosso sul calendario: il 20 maggio. E una risposta che l'Iran non ha ancora dato.
Il precedente del 1954
C'è chi ricorda che questa non sarebbe la prima volta. Nel 1954, l'Italia partecipò ai Mondiali in Svizzera come squadra ripescata, ammessa con un invito speciale. Un precedente storico che dimostra che la FIFA, quando vuole, può fare eccezioni.
Ma il 2026 non è il 1954. Il torneo è a 48 squadre. La macchina organizzativa è già in moto. E Infantino ha già detto la sua parola.
Cosa manca davvero: la squadra
C'è un elemento che nel dibattito viene spesso dimenticato. Anche se il ripescaggio arrivasse, l'Italia di Luciano Spalletti non si è qualificata per una ragione. Non è la più forte del mondo. Non era in forma al momento giusto.
Arrivare a un Mondiale per la porta di servizio, senza essersi guadagnati il posto sul campo, è esattamente la situazione che il calcio italiano — già sotto processo per la terza eliminazione consecutiva dai Mondiali e per lo scandalo arbitrale in corso — non avrebbe bisogno di vivere.
Abodi lo sa. Buonfiglio lo sa. Forse anche i tifosi, nel profondo, lo sanno.
Eppure, il 20 maggio, tutti guarderanno a Zurigo. Perché nel calcio — e soprattutto in quello italiano — la speranza è l'ultima a morire. Anche quando non meriterebbe di vivere.